Grande colpo nel mondo del food delivery. Per quindici anni il rider ha dovuto dimostrare di essere un dipendente. Da oggi tocca alla piattaforma dimostrare il contrario.
Prima infatti del decreto Primo Maggio 2026, il rider che voleva far valere i propri diritti doveva costruire da solo il caso contro sé stesso. Raccogliere le ricevute delle consegne, ricostruire i turni settimana per settimana. Documentare le penalizzazioni ricevute per aver rifiutato un ordine. Dimostrare che dietro la parola “autonomo” si nascondeva, nei fatti, un rapporto di dipendenza con orari, aspettative e conseguenze reali. Un percorso costoso, lungo e quasi sempre perso in partenza.

Ora il quadro cambia nel punto più sensibile: l’onere della prova.

L’articolo 12 del decreto stabilisce che, ogni volta che emergono “indici di controllo o eterodirezione“, anche attraverso un algoritmo, il rapporto si “presume di natura subordinata, salvo prova contraria“. È il ribaltamento di un modello di business costruito sull’ambiguità della classificazione lavorativa.

Da oggi è la piattaforma ad aprire la scatola nera. Spiegare come decide chi riceve la consegna. Come calcola il compenso. Come registra e come penalizza i rifiuti.

C’è un secondo snodo, meno discusso ma altrettanto concreto. Il collegamento con il principio del “giusto salario” aggancia automaticamente il rider al CCNL di settore sottoscritto da Cgil, Cisl e Uil. Non come opzione ma come conseguenza diretta della presunzione di subordinazione. Una questione di etichetta giuridica che diventa una questione di busta paga.

Il terzo elemento riguarda il caporalato digitale. Organizzazioni che forniscono a rider extracomunitari bici, alloggio, smartphone e account già registrati, in cambio del 50% dei guadagni. La risposta è strutturale: accesso solo tramite Spid, Cie o Cns, un account per codice fiscale, cessione vietata. Non risolverà tutto ma è il primo meccanismo di tracciabilità reale in un segmento che ne era completamente privo.

Il decreto recepisce la direttiva europea 2024/2831 e arriva dopo anni di contenzioso, dal caso Foodora alle inchieste della Procura di Milano su Glovo e Deliveroo. La domanda aperta è quanto la presunzione regga nella pratica. Le piattaforme hanno strutture legali asimmetriche rispetto al singolo lavoratore. La “prova contraria” potrebbe diventare lunga quanto il contenzioso precedente. Significa che Glovo o Deliveroo hanno decine di avvocati pagati a tempo pieno, soldi per andare avanti anni in tribunale e uffici legali dedicati a costruire la difesa.Il rider singolo, di solito, non ha niente di tutto questo. Al massimo un sindacato che lo assiste. Quindi anche se adesso è la piattaforma a dover dimostrare che il rapporto non è subordinato, quella dimostrazione avviene in un’aula di tribunale, dove i soldi e le risorse fanno ancora la differenza.

Diciamo però che la direzione è stata presa: l’algoritmo non è più uno schermo neutro. È uno strumento di direzione del lavoro e, come tale, produce conseguenze giuridiche.

Fonte: IlSole24Ore