Revolut ha appena pubblicato i risultati 2025 e un numero, non banale, brilla su tutti gli altri.

Non sono i 4,5 miliardi di sterline di ricavi (+46% anno su anno), non è il miliardo e 700 milioni di utile pre-tasse, non sono i 68 milioni di clienti in 39 paesi.

Il numero è questo: 6,2%

È il loan-to-deposit ratio, cioè quanti soldi Revolut presta rispetto a quanti ne raccoglie dai clienti.

Una banca europea tradizionale presta tra il 70% e il 90% dei depositi. JPMorgan viaggia sopra il 50%. Anche Nubank, il rivale più simile a Revolut nel mondo fintech, impiega una quota di depositi molto più aggressiva.

Revolut, con oltre 36 miliardi di sterline raccolte, ne ha prestati 2,2. Ovvero, rullo di tamburi, ha costruito una delle aziende fintech più redditizie della storia tenendo quasi tutto il bilancio… fermo.

Il motore del credito non è ancora stato acceso.

Le banche normalmente guadagnano quando prestano i soldi che raccolgono, incassando la differenza tra il tasso che pagano sui depositi e quello che applicano sui prestiti. Revolut finora ha costruito i suoi profitti quasi interamente su commissioni da carte, abbonamenti, cambio valuta e investimenti.

Ora però si apre un portone: l’11 marzo 2026, la Bank of England ha concesso a Revolut la licenza bancaria piena nel Regno Unito (dopo quattro anni di iter e 18 mesi di fase di mobilizzazione). E pochi giorni prima, Revolut ha depositato la domanda per una national bank charter negli Stati Uniti.

Sembra che Revolut sia una brava giocatrice di scacchi: è la sequenza pianificata di un’azienda che ha prima costruito distribuzione, tecnologia e fiducia dei clienti, e adesso si prepara a fare davvero la banca.

C’è da perderci la testa nei numeri ma se il loan-to-deposit ratio salisse anche solo al 20%, significherebbe un portafoglio crediti di circa 7 miliardi di sterline. Con margini tipici del credito al consumo e alle PMI, stiamo parlando di centinaia di milioni di sterline di utile incrementali.

Oggi Revolut sta viaggiando ancora con le ridotte.

Alcune cose su cui tenere gli occhi aperti:

La crescita del portafoglio crediti (da 1 a 2,2 miliardi di sterline in un anno (+120%)) è già partita, con perdite su crediti contenute. Il test vero sarà la tenuta in un ciclo economico avverso. La licenza USA è l’altro snodo: approvata, cambia i numeri in modo radicale. Rifiutata o rinviata, riduce le stime di crescita.

E poi c’è l’IPO, che Revolut ha raffreddato a “non prima del 2027“. Quando arriverà, sarà probabilmente la quotazione fintech più importante degli ultimi anni e il mercato dovrà rispondere a una domanda insolita: come si valuta un’azienda che ha i margini di un software business, la scala di una banca consumer e la complessità regolamentare di un conglomerato multinazionale?

Per i miei lettori più giovani: la prossima volta che usate Revolut per pagare un caffè o cambiare valuta prima di un viaggio, ricordatevi che state interagendo con un’azienda che ha 50 miliardi di sterline di clienti depositati e sta decidendo, adesso, come e quando cominciare a fare la banca per davvero.

Quello che viene dopo è probabilmente più grande di quello che abbiamo visto finora.

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