In dieci anni, Apple Pay è passato dall’essere quasi invisibile al diventare la scelta dominante nel retail americano.

Nel 2014 solo il 3% dei negozi lo accettava.
Oggi siamo all’85%.

Riavvolgiamo il nastro perchè merita.

Quando Apple presentò il servizio, la maggior parte degli americani strisciava ancora la carta o cercava banconote nel portafoglio. Nel 2015 però, botta di fortuna: Europay, Mastercard e Visa introdussero uno standard che richiedeva l’adozione dei chip EMV, quei quadratini dorati sulle carte di credito che permettono il pagamento contactless. Quando i negozi hanno iniziato ad aggiornare i loro sistemi per gestire questi chip, molti hanno colto l’opportunità di aggiungere la tecnologia NFC, la stessa che permette ai dispositivi mobili di comunicare tra loro e che costituisce la spina dorsale di Apple Pay.

A quel punto l’iPhone diventò, di fatto, equivalente a una carta di pagamento. Senza costi extra per gli esercenti.

Apple però non si è affidata solo al contesto tecnologico.
Al lancio aveva già in tasca accordi con colossi come Capital One, Chase, Citi, Wells Fargo e Bank of America. Insieme rappresentavano oltre l’80% delle transazioni USA. Un gran vantaggio.

E poi la scelta più coraggiosa: chiedere alle banche una commissione su ogni operazione.
Perché avrebbero dovuto pagare?
Perché Apple offriva un livello di sicurezza superiore, grazie alla biometria e ai controlli integrati nei dispositivi. Frodi minime e banche soddisfatte.

A quel punto nessun istituto voleva rimanere fuori.
Entrare nel circuito significava mostrare attenzione al cliente e innovazione.

Oggi Apple Pay è presente in 84 mercati, supportato da 11.000 banche. Da “curiosa novità nerd” a infrastruttura globale, nel giro di un decennio. Chapeu.

Fonte: RetailBrew

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Questi trend cambiano il modo di pagare.
Market Pay aiuta i retailer da dieci anni a trasformarli in valore.
Se vuoi un confronto, ti rispondo volentieri.